Educazione alla legalità 2.0

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di Diego Forestieri

In questo contributo è parso opportuno volgere lo sguardo al fenomeno sociale dell’educazione alla legalità come fattore di prevenzione e di contrasto dell’illegalità anche tramite l’ausilio del Web.

Key words: Educazione, Legalità, Cittadinanza, Società, Web

L’educazione alla legalità in Italia ha trovato una notevole spinta emozionale e istituzionale nel contesto degli anni Novanta, quando gravi eventi terroristici e mafiosi sconvolsero l’opinione pubblica e maturò la diffusa consapevolezza che lo Stato e le istituzioni democratiche fossero sotto assedio. Su questa scia, vi fu proliferare di iniziative della società civile, che indussero ad una maggiore promozione della cultura della legalità. Il Ministero della Pubblica Istruzione emanò, ad esempio, il 25 ottobre 1993, la Circolare n. 302, introducendo l’educazione alla legalità, volta a valorizzare il ruolo della scuola nella comunità civile.[1] In tal senso, l’educazione alla legalità si pone come premessa culturale e fondamento operativo della quotidianità nella socializzazione e interiorizzazione delle regole da parte degli individui che compongono il tessuto sociale, avendo per oggetto la natura e funzione delle regole nella vita sociale, i valori della democrazia e l’esercizio dei diritti di cittadinanza. In riferimento a queste peculiarità tematiche, l’educazione alla legalità fronteggia problematiche connesse ai cambiamenti sociali, ai mutamenti intervenuti nei rapporti umani attraverso l’utilizzo delle nuove tecnologie dell’informazione.

Sono passati diversi anni da quando il sociologo Manuel Castells osservava l’inizio dell’età dell’informazione (1996) e la sua trilogia è stato lo spartiacque di un’epoca di ricerca ed indagine scientifica. Da lì in poi è stato un susseguirsi di entusiastiche pubblicazioni scientifiche volte alla valorizzazione della rete quale strumento ineludibile di evoluzione della società e delle masse, fino alla sua messa in questione e alle prime avvisaglie delle problematiche che la navigazione del Web e del disincanto che il paradigma della comunicazione avevano suscitato (Piromallo, 2009).

Senza volere approfondire il nodo gordiano della querelle fra Apocalittici e Integrati sulla bontà o meno delleTIC (Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione), il fenomeno dell’illegalità scopre nuove frontiere connesse al fenomeno sempre più diffuso dei reati informatici. Secondo i dati Symantec presentati da Norton Cybercrime Report 2012, in Italia i cyber-criminali producono, difatti, 2,5 miliardi di euro di danni all’anno[2]!

Questo fenomeno criminale si lega anche all’uso distorto ed inadeguato che viene fatto dei servizi, degli strumenti e delle tecnologie messi a disposizione dalla Rete. Infatti, troppo spesso il Web si trasforma da arena mediatica o politica a mero chiacchiericcio con il serio rischio di violazioni della privacy, violazione dei diritti di autore e frequenti furti d’identità. Comportamenti che il cittadino può arrivare a compiere anche in maniera piuttosto ingenua oltre ad aumento sensibile di azioni moralmente discutibili.

Dal punto di vista della logica di un’educazione alla legalità, che si inserisce – come verità del diritto – nel tentativo di colmare il vuoto nella formazione di un ethos comune, conciliando diritti individuali, di cittadinanza ed etica pubblica (Acocella, 2003), tali attività sono legate all’utilizzo comune e consuetudinario nella popolazione dei Social Networks (Twitter, Facebook, ecc…) e alla capillare diffusione, anche fra i minori, delle nuove tecnologie informative e comunicative, che fanno sì che l’educazione alla legalità fronteggi un aggravamento della questione educativa tout court. In tal modo, si considera non ancora il reato vero e proprio ma la prevenzione della condotta deviante che si basa sull’agire e sul comportamento individuale che è vero oggetto di una Sociologia che si occupi della devianza e del mutamento sociale. Tali considerazioni legate all’educazione della legalità, non possono prescindere dal fatto che la rete viene vista e percepita dall’utente come un “altrove” generalizzato, quasi come fosse un’arena legittimante a far ciò che si crede ma così non è! Il Web non è un territorio di nessuno, una landa desolata, una terra di frontiera in cui vige la legge del Far West[3], un non luogo o una zona franca in cui la legalità possa essere sospesa.

Se da un lato si fronteggia l’utilizzo distorto e deviante delle nuove tecnologie dell’informazione, dall’altro lato è anche vero che il fenomeno dell’educazione sociale della legalità – qui con particolare riferimento al Web – si impone all’attenzione dell’osservatore come fatto sociale, in qualità di veicolo per una costruzione di una cittadinanza reale.

Pensando in una logica razionale, al Web come strumento dell’agire individuale e sociale, capovolgendo la teoria dell’apprendimento differenziale di Sutherland (1937) e facendo riferimento alla networks analysis, sulla contaminazione nei comportamenti dovuta a fenomeni come la peer pressure, si considera che nel momento in cui più individui apportano un cambiamento positivo nella loro vita, quel cambiamento avrà effetto su tutta la rete sociale. Innescando così , anche sul Web, una sorta di’ ‘efficacia collettiva’ della prevenzione dell’illegalità, su condizioni di mutua fiducia e solidarietà che si instaurano fra le persone come elemento di prevenzione del crimine e di educazione alla legalità (Sampson e Raundenbush, 1999). È su questa lettura euristica del fenomeno che si inseriscono le iniziative legate all’educazione sociale della legalità tramite Web.

In tal senso, vi è difatti un proliferare di iniziative che utilizzano la rete non come veicolo di illegalità ma come strumento di diffusione di una cultura della legalità, come ad esempio delle piattaforme digitali, fra cui: Educazione Digitale, che è una piattaforma che: “permette di acquisire metodologie didattiche innovative basate sulle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione”[4]; O ancora banche dati quali: l’archivio R.Ed.Le., Rete e banca dati di Educazione alla legalità, che ospita la documentazione di esperienze di educazione alla legalità realizzate in tutta Italia ed è curato dal Centro di Documentazione per la Cultura della Legalità Democratica della Regione Toscana [5]; La subsezione “Educazione alla legalità” della sezione “Io apprendo” del portale “io Studio” del Ministero della Pubblica Istruzione rivolto agli studenti, in cui si possono trovare iniziative inerenti l’educazione alla legalità; il sito del Centro Studi per l’Educazione alla legalità dell’Università cattolica del Sacro Cuore, sede di Brescia in cui si possono rintracciare pubblicazioni e progetti inerenti l’educazione alla legalità.

 

Riferimenti bibliografici

Acocella, Giuseppe. Etica sociale. Napoli: Guida, 2003.

Andreassi Marinelli, Francesco. Devianze e tecnologie educative e di contrasto. L’Aquila: Libreria Universitaria Benedetti, 2007.

Meyrowitz, Joshua. Oltre il senso del luogo: come i media elettronici influenzano il comportamento sociale. Bologna : Baskerville, 1993.

Ricci, Giovanni F. e Resico, Domenico. Pedagogia della devianza: fondamenti, ambiti, interventi. Milano: Angeli, 2010.

Tramma, Sergio. Legalità illegalità: il confine pedagogico. Roma; Napoli: GLF editori Laterza, 2012.

 

Sitografia

http://centridiricerca.unicatt.it/cslegalita_173.html

http://www.educazionedigitale.it

http://iostudio.pubblica.istruzione.it/web/guest/home

http://web.rete.toscana.it/redle/index.do



[1] La circolare ministeriale del Ministero Pubblica Istruzione, 302 del 1993 chiarisce bene quale sia l’obiettivo dell’educazione alla legalità: “Educare alla legalità significa elaborare e diffondere un’autentica cultura dei valori civili. Si tratta di una cultura che intende il diritto come espressione del patto sociale, indispensabile per costruire relazioni consapevoli tra i cittadini e tra questi ultimi e le istituzioni; consente l’acquisizione di una nozione più profonda ed estesa dei diritti di cittadinanza, a partire dalla consapevolezza della reciprocità fra soggetti dotati della stessa dignità; aiuta a comprendere come l’organizzazione della vita personale e sociale si fondi su un sistema di relazioni giuridiche; sviluppa la consapevolezza che condizioni quali dignità, libertà, solidarietà, sicurezza, non possano considerarsi come acquisite per sempre, ma vanno perseguite, volute e, una volta conquistate, protette”.

[2] In tal senso, il reato informatico è un’attività criminale che coinvolge la struttura della tecnologia di informazione, compreso l’accesso illegale (l’accesso non autorizzato), l’intercettazione, le interferenze di dati (danneggiamento, cancellazione, alterazione di dati informatici, ecc…), l’uso improprio di dispositivi, la contraffazione (o il furto d’identità) e le frodi elettroniche. E’ chiaro che qui ci si trova di fronte al fenomeno della devianza secondaria per cui il criminale, una volta associato al reato,  è socialmente indicato e riconosciuto come tale ma vero oggetto d’interesse è qui la persona comune, che al di là del ruolo che occupa nella società come individuo e come lavoratore, può arrivare ad assumere occasionalmente dei comportamenti illegali o di trasgressione della norma sociale dando luogo a quella che viene definita in letteratura come devianza primaria (Lemert, 1981). Su questo ulteriore aspetto si incentra l’educazione alla cittadinanza digitale come articolazione specifica della tematica più ampia dell’educazione alla legalità.

[3] Tant’è vero che, anche il movimento Open access, da alcuni troppo frettolosamente inteso e interpretato nell’utilizzo a proprio piacimento di cose, documenti, produzioni intellettuali di altri. In tal senso, testimone della sua legalità è la sua stessa genesi, per il fatto che si compone di una serie di iniziative, nate all’interno del mondo accademico, il cui scopo è riguadagnare possesso della comunicazione scientifica offrendo libero accesso ai risultati della ricerca. Connesso a tale fenomeno sociale vi è un congruo utilizzo regole e strumenti, nel pieno rispetto della legalità, quali ad esempio l’utilizzo delle Licenze Creative Commons che, offrendo sei diverse articolazioni dei diritti di autore, permettono il ricorso creativo a opere di ingegno altrui nel pieno rispetto delle leggi esistenti, per una maggiore diffusione e condivisione della conoscenza.

[4] Gli strumenti digitali, che si propongono come strumenti innovativi, sviluppano al loro interno la metodologia didattica del Problem Based Learning, una tecnica pedagogica alternativa ai metodi classici, caratterizzata da forte interattività e basata sul coinvolgimento attivo degli utenti. La metodologia del Problem Based Learning considera, come punto di partenza dell’apprendimento, una situazione problematica che si porterà fino alla risoluzione. La nuova frontiera dell’educazione alla legalità utilizza oltre questa metodologia diffusa anche diversi strumenti: Web Seminar (seminari on-line) lezioni, condotte da un formatore, che vengono fruite a distanza, in diretta o in reloaded; il Tutor on-line; Sondaggi e materiali di supporto.

[5] R.Ed.Le rappresenta lo sviluppo di un’esperienza di documentazione iniziata nel 1995 con la banca dati Ed.Le., realizzata in collaborazione con l’Associazione LIBERA. È possibile consultare i dati documentali delle 1165 attività realizzate da 635 scuole, associazioni e enti locali di tutta Italia e censite fino al 2004 nella banca dati Ed.Le. (dal 1990 al 2003) e presso il Centro di documentazione Cultura della Legalità Democratica mentre su R.Ed.Le oltre i dati documentali sono visualizzabili anche la documentazione prodotta.