Il principio di legalità tra diritto e morale di Giuseppe Acocella

Il principio di legalità tra diritto e morale di Giuseppe Acocella

 

       La strana schizofrenia che percorre il nostro paese – osannante la legalità ad ogni costo fino a farle assumere profili forcaioli e a ritenere soddisfatto il sostegno ad esso soprattutto con cortei e processioni necessarie a farsi coraggio reciprocamente -  si è in questi giorni scatenata nella difesa del Sindaco di Riace contro le misure cautelari messe in campo dalla Procura per aver coscientemente disatteso ed anzi violato le leggi della Repubblica. Il principio di legalità usato come una clava contro gli avversari politici – e non per sincero tributo ad esso – stavolta è rovesciato e negato in nome della superiorità della morale nei confronti del diritto. Si è giunti addirittura ad invocare la disobbedienza alle leggi (pudicamente aggettivata come “civile”) evocando lo spirito di Antigone (che rifiuta la legge di Creonte a tutela della polis in nome di non meglio precisate “alte ed inconcusse leggi” che gli dei pongono e che superano le leggi umane). Tralasciando la oscena esibizione dello spirito di parte (gli uni proclamanti la eroicità del comportamento del sindaco, ispirato dalla solidarietà a violare la legge; gli altri dichiaranti che l’illegalità del sindaco mira a coprire un evento di per sé illegale come l’accoglienza ai migranti, facendo di tutte le erbe un sol fascio e subordinando alla propria ragion politica il doveroso rispetto dei diritti umani), l’impressione sconcertante che si ricava è che in realtà la legalità sia per gli uni e per gli altri un espediente per esibire lo spirito di fazione, che della legalità si fa beffe.

      Lo sconcerto è enormemente aumentato perché nei medesimi giorni la capogruppo PD nel consiglio comunale di Verona ha votato una risoluzione che mira a favorire ogni strumento per evitare la pratica abortiva in nome della difesa della vita umana sin dal concepimento. Apriti cielo! Parole aspre di condanna sono state rovesciate per l’incauta capogruppo che ha osato violare la legge 194, nonostante l’appello della stessa, anch’essa, alle “alte ed inconcusse leggi” (?). La contesa ha assunto toni ancor più pesanti perché il Pontefice (al quale si nega forse il diritto di condannare l’aborto in nome della vita e dell’appello al cielo? e perché al semplice credente si negherebbe il potersi riferire alle sue “alte ed inconcusse leggi”?) ha denunciato che l’aborto comporta <<far fuori>> i più deboli e piccoli (da parte dei più forti e grandi) attraverso un sicario. Immediata la reazione: la legge 194 va rispettata altrimenti affonda lo Stato di diritto, e questo giusto criterio, però, vale certo per Verona ma vale anche per Riace. Ma vi è di più. Per giustificare l’operato del Sindaco di Riace sono state tirate in ballo addirittura le leggi razziali, proclamando che la resistenza alla legge fascista del 1938 è stato atto di resistenza in nome della giustizia, al medesimo modo con il quale il Sindaco di Riace si è ribellato alla legge ingiusta in nome della giustizia sociale. Nasce qui un problema, fondamentale per la vita sociale: altro è il processo di formazione delle leggi in un regime dispotico (come fu quello fascista), altro è il processo che – quali che siano le difficoltà di attuazione – in una società democratica impegna la sovranità popolare a fissare le leggi per la comune convivenza.

      La sovranità popolare – nelle forme prescritte dal quadro costituzionale che è proprio dei regimi democratici (a differenza che nei regimi dispotici) – interviene attraverso le sue rappresentanze tanto nel processo di formazione delle leggi quanto nella modificazione verso cui spinge storicamente l’esigenza di adeguamento al quale esse vanno sottoposte. Ma finché questa modificazione (o una nuova elaborazione di leggi che sostituiscano le precedenti, come impara ogni studente di diritto) non avvenga, nessun cittadino (qualsiasi ruolo rivesta) può ergersi a “giudice delle leggi” (ruolo che assolve la Corte costituzionale), né a legislatore ”in proprio” che, in ragione del personale giudizio (arbitrario, per quanto nobilmente possa essere motivato), promuova leggi “alte ed inconcusse”. Di fronte al Sindaco di Riace e al capogruppo di Verona va rivendicato il medesimo principio di legalità: la norma va obbedita e la sua eventuale violazione accertata e punita, sempre riconoscendo al soggetto (pronto a subire le conseguenze del suo atto disobbediente con la sanzione che la legge prescriva) la legittimità della pronuncia morale di un principio diverso ed alternativo alla legge, il quale però – finché non divenga a sua volta legge – non produce alcuna norma sostitutiva della norma vigente. Così si difendono la Costituzione repubblicana e lo Stato di diritto, senza mortificarli per puro spirito fazioso.

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