Un lungo viaggio nelle tenebre. Scheda di libro di G. Panizza, La mafia sul collo. L’impegno della Chiesa per la legalità nella pastorale, Edizioni Dehoniane, Bologna, 2014, pp. 146.

Testo: 

Scheda di libro di G. Panizza, La mafia sul collo. L’impegno della Chiesa per la legalità nella pastorale, Edizioni Dehoniane, Bologna, 2014, pp. 146.

Il volume di Don Giacomo Panizza, prete bresciano che vive in Calabria da oltre trent’anni – sotto scorta dal 2002 per essere stato testimone di giustizia – nonché fondatore dell’associazione “Comunità Progetto Sud”, costituisce una testimonianza privilegiata da chi la mafia l’ha veramente vista ramificarsi sotto i propri occhi e avvilupparsi attorno alla propria persona e parlare per bocca dei tanti giovani presi da un’educazione del clan, che non lascia alcuno spazio alla riflessione comunitaria o organizzata dello Stato.

La lettura del testo parte e si sviluppa attorno alla narrazione autobiografica dell’autore che racconta la propria esperienza di uomo e di sacerdote in una terra inizialmente a lui estranea ed il Pretesto al volume costituisce un elemento chiarificatore per il lettore che inizia a scorrere le prime pagine del libro. L’autore illustra, poi, nel capitolo L’Apromonte ribelle, quali fossero le sue idee come pure i pregiudizi e le curiosità nei confronti del Sud in genere e le sue difficoltà di integrazione in un contesto per lui estraneo e lontano: «Da piccolo immaginavo il Sud come un ritaglio d’Italia immerso in un panorama pressoché esotico [….] mi ci è voluto poco per mettere in discussione queste sintesi semplicistiche. Mi ci è voluto poco anche per imbattermi nella mafia, che in Calabria si chiama ‘ndrangheta».

Dopo una prima parte, soprattutto autobiografica, utile per al lettore per contestualizzare il pensiero e la vita dell’autore nel contesto in cui si muove, Don Giacomo Panizza giunge in maniera esplicita al cuore del problema ovvero: la legalità; una legalità intesa non come entità statica di rigide norme e regole da applicarsi ma una legalità intesa come  “un cantiere sempre aperto”: «[…] in Italia abbiamo una legislazione ridondante, farraginosa e talvolta iniqua. Frequentemente, le leggi di interesse sociale – nel senso di interesse delle cosiddette fasce deboli della popolazione – giungono con ritardo, finendo col mettere cerotti su problematiche incancrenite più che curarle o meglio ancora prevenirle». L’argomentazione si sposta sulla questione della giustizia sociale come intimamente connessa alla legalità poiché esiste un divario fra una legalità autentica e pratica e una legalità iniqua che divide i territori da Nord a  Sud del paese: «Con la “Costituzione migliore del mondo”, grazie ai suoi principi umani e al disegno di welfare universalistico, abitiamo una nazione in cui, però, nella pratica, vi sono delle regioni ridotte a meno di un decimo dei servizi alla persona e alla collettività disponibili in altre» e dunque: «dove lo Stato, una regione o un ente comunale non ottemperano al proprio ruolo di garanzia di diritti come questi, cos’è la legalità, in particolare per la popolazione vulnerabile e fragile?».

A partire da queste considerazioni riguardo la propria esperienze diretta sui territori, a stretto contatto con la popolazione di questi territori e le ingiustizie sociali legate ad un’assenza di legalità, Don Giacomo Panizza arriva a riflettere sui documenti realizzati nel corso del tempo dalla Chiesa, come ad esempio la nota pastorale Educare alla legalità. Per una cultura della legalità nel nostro Paese, 4 Ottobre 1991, n. 6 (EDB, Bologna, 1993) realizzata dalla Commissione Ecclesiale Giustizia e Pace, in cui si scrivevamo frasi importanti nella lotta all’illegalità in un clima quello di “mani pulite” ad alta tensione sociale, parole esemplari in cui si avvertiva pesantemente una possibile “eclissi della legalità” rimaste però mute – secondo l’autore – anche fino alle celebrazioni del ventennale del documento, celebrato dal forum Educare alla legalità: la lotta alle mafie e l’impegno per la giustizia a venti anni dal documento della CEI a cura delle Acli e dell’Unione giuristi cattolici italiani, Brescia, 2011.

La speranza dell’autore di trovare la legalità tra i punti trattati dal documento per il decennio 2010-2020 CEI, Educare alla vita buona del Vangelo. Orientamenti pastorali dell’Episcopato italiano per il decennio 2010-2020, “Presentazione” (EDB, Bologna 2010), viene meno poiché, nelle parole di Don Panizza: «mi aspettavo un testo che invogliasse a scommettere sul ripristino della legalità, quantomeno sull’educare all’onestà pubblica». L’autore cita poi un altro documento CEI, Per un Paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno, Documento dell’episcopato italiano, 21 Febbraio 2010 (EDB, Bologna 2010), che tratta di mezzogiorno, di legalità e di educazione sintetizzando “mirabilmente” la situazione di illegalità al Sud e nel resto del paese.

È opinione di Don Panizza che, tra i vari documenti citati, vi è come un vuoto, un qualcosa che impedisca una reale e decisa programmazione della Chiesa nella lotta all’illegalità da introdurre nel progetti pastorali della Chiesa generale e delle varie diocesi particolari. Eppure Papa Francesco ha più volte invitato la chiesa a considerare le forme di corruzione e criminalità (FRANCESCO, Esortazione apostolica sull’annuncio del Vangelo nel mondo attuale Evangelii gaudium, 24 Novembre 2013, n. 76 (EDB, bologna 2013), citando la lettera enciclica di Benedetto XVI, Deus Caritas est (BENEDETTO XVI, Lettera enciclica sull’amore cristiano Deus caritas est, 25 Gennaio 2006, n. 25 (EDB, Bologna 2013).

Don Giacomo Panizza, si chiede inoltre se sarà questo il momento adatto per “forzare” la domanda di legalità per collocarla a pieno titolo nella pastorale ordinaria della Chiesa poiché i progetti pastorali formulati da diocesi, regioni ecclesiastiche e nazionali si intrecciano a seconda del peso delle emergenze della crisi anche economica in cui si innestano urgenze trasversali la sicurezza pubblica, il declino del welfare, la disoccupazione giovanile, ecc… oltre che la legalità in senso stretto. C’è, però, sempre secondo l’autore, un fiorire di iniziative, in particolare al Sud, come ad esempio il progetto Costruire speranza ideato dalla CEI che coinvolge dodici Caritas calabresi, finanziato con i fondi dell’otto per mille. Un progetto che, oltre a riutilizzare i beni confiscati alle mafie, ha l’obiettivo di valorizzarli con finalità educative per una maggiore diffusione della cultura della legalità.

Il testo di Don Panizza si avvia alla conclusione con una riflessione ardua e di non poco conto nel rapporto tra chi commette il male mafioso e il perdono, ricordando come in Italia  la modalità di attuazione del perdono trova le sue basi nella giustizia riparativa in cui il fenomeno criminoso non è letto solo come trasgressione di una norma ma come una rottura di aspettative e legami sociali che richiede una ricomposizione del conflitto per un senso di sicurezza collettivo (Cfr. Commissione di studio del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, Elaborato sulla giustizia riparativa, in www.ristretti.it ).

Infine, per Don giacomo Panizza la legalità fa “rima con spiritualità”, laddove anche nella gestione dei beni sequestrati o confiscati secondo la L. 106/1996 bisogna tener conto dello spirito della stessa norma nel momento in cui «[…] la gestione dei beni tolti alla mafia non deve risultare un dovere del solo Stato, ma anche delle varie istituzioni e della società», favorendo «la partecipazione della popolazione attraverso le formazioni sociali di appartenenza, al fine di fare sistema contro le mafie e per una società corresponsabile nella gestione dei beni pubblici».

Diego Forestieri

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